Note Cidi Editoriale di Simonetta Fasoli

Ripartire, rilanciare
L’anno che si sta avviando non è, non sarà, un anno di
routine…Intendiamoci: nessuno lo è, per l’ottimo motivo che ha a che
fare con i fatti e i fenomeni educativi, per definizione inediti e
soggetti al tempo della crescita.
Detto questo, cosa ci possiamo aspettare dall’a.s. 2026/2027? E
soprattutto, con quali strumenti possiamo “leggerlo” e fronteggiarlo
nei suoi tratti problematici, nelle sue crucialità?
Gli elementi di contesto, soprattutto di quello politico-culturale entro
cui ci muoviamo, sono noti, sia nel mondo della scuola, delle sue
forme di organizzazione e di rappresentanza professionale, sia nel più vasto orizzonte della
società civile. È abbastanza evidente, infatti, che la questione della scuola e delle sue politiche è
considerata tra i nodi centrali dell’azione di questo governo, che ne ha fatto il fulcro di una
battaglia identitaria, quasi l’emblema di una volontà di ri-scrittura del patto di convivenza
civile del Paese: ne è nata una strategia del “punto a capo” che persegue obiettivi da rivendicare
in termini di propaganda, in questa permanente “campagna elettorale” che ha caratterizzato
l’intera legislatura, fino alle sue battute conclusive.
Di qui, il dispiegarsi di provvedimenti annunciati, attuati e “minacciati”, che investono diversi
piani: da quello ordinamentale, a quello politico-culturale, a quello regolamentare dove il
pericolo risiede nella coerenza del disegno e negli effetti distruttivi che comporta.
Tutto questo si riverbera sulle condizioni di vita e di lavoro delle scuole, considerate poco più
di “terminali” nel nuovo “centralismo” che anima le azioni di governo, corollario di una cultura
politica autoritaria e antidemocratica, sprezzante dei vincoli e del patto costituzionale che
regge la Repubblica.
Nessuna strategia di uscita, dunque, per la scuola e il suo variegato universo? Non direi…Si
tratta piuttosto di rafforzare e rilanciare l’azione delle scuole, la rete delle loro alleanze nel
territorio e nella società civile, la consapevolezza degli strumenti di cui dispongono, alla luce
del quadro politico-istituzionale che, per fortuna, ha resistito (finora) agli attacchi concentrici
di chi confonde il governo con il comando.
Prendiamo, come fatto emblematico, l’avvio dell’attività progettuale nell’anno che si profila.
Qui le scuole hanno l’opportunità preziosa, e in qualche misura ineludibile, di agire in un’ottica
che sia non solo di contrasto ma di rilancio del loro protagonismo istituzionale. Mentre il
ministero e il suo responsabile politico pro tempore, coadiuvato dai “consiglieri del principe”
che hanno messo il nome e la faccia su alcune delle “riforme epocali”, si adoperano, anche
attraverso gli organi di comunicazione mediatica, ad illustrare in termini enfatici il significato
dei provvedimenti, spetta alle scuole sconfessare nei fatti questa forma di “pubblicità
ingannevole”.
Come fare per smascherare l’operazione? Riportare le questioni nell’alveo della correttezza
e congruenza istituzionale; riaffermare, nelle azioni predisposte in questo avvio di anno, che
le Indicazioni non sono i Programmi. Un equivoco voluto, non solo linguistico ma sostanziale,
dal momento che l’idea stessa di “Programma” è incompatibile con il quadro legislativo
dell’autonomia scolastica così come delineato nella norma istitutiva, L. 59/1997, articolo 21
(riferimento normativo, lo ricordo, assurto a rango costituzionale con la Riforma del Titolo V,
L. Cost. n. 3, 18 ottobre 2001). Al tempo stesso va tenuto saldo il principio costituzionale della
libertà di insegnamento (sancito nell’articolo 33 e ben sviluppato nel D. L. 16 aprile 1994,
articolo 1). Infine, ma non ultimo, devono essere padroneggiati nel concreto svolgimento
dell’attività collegiale gli strumenti e i criteri del D.P.R. 275/99, Regolamento attuativo, nella
progettazione volta alla costruzione del Curricolo di istituto.
È il caso di invitare, ancora una volta, coloro che enfatizzano il significato politico-istituzionale
delle I.N. per il primo ciclo 2026 (così come delle I.N. e Linee guida della scuola superiore di
secondo grado in dirittura d’arrivo) a rileggere puntualmente il testo dei provvedimenti: ne
emerge con tutta evidenza che le I.N. comprendono elementi prescrittivi (gli “obiettivi specifici
di apprendimento” e le relative “competenze attese”) e parti solo “suggerite”, cioè non
vincolanti. Passaggio essenziale per il lavoro progettuale delle scuole: sia chiaro una volta per
tutte che i contenuti (canoni disciplinari, temi e singoli argomenti) e le scelte metodologicodidattiche, tra cui quelle dei libri di testo o altri strumenti alternativi, restano di esclusiva e
piena titolarità delle scuole autonome, nell’ambito delle attività collegiali (dal Collegio dei
docenti, ai dipartimenti, ai consigli ed ai team di classe).
Ritengo infine che sia opportuno suggerire ai colleghi e alle colleghe impegnat* in questo
difficile avvio, di tornare a riflettere, anche in vista delle fasi operative che si aprono, sulle
caratteristiche essenziali del profilo professionale, per maturare insieme, anche in percorsi
strutturati di formazione/autoformazione, una visione “alta” e al tempo stesso concreta della
professionalità docente (chiave di volta del passaggio in cui ci troviamo). A questo proposito,
un valido riferimento può essere costituito dal CCNL in vigore, nel Titolo III, riguardante i
docenti, in particolare agli articoli 42 e 43. Il primo presenta una sintesi efficace delle distinte e
complementari dimensioni in cui si declina la professionalità, da cui emerge tutta la
complessità dell’essere insegnante e del fare scuola; al secondo, si trova
un’enunciazione perfettamente calzante rispetto ai ragionamenti che andiamo facendo (non
da oggi) in cui si afferma, testualmente : “Le istituzioni scolastiche adottano ogni modalità
organizzativa che sia espressione di autonomia progettuale e sia coerente con gli obiettivi
generali e specifici di ciascun tipo e indirizzo di studio […].”
Partiamo da qui, per fare delle attività collegiali programmate non un passaggio burocratico e
rituale, ma un momento di riflessione e di formazione sul campo, eventualmente riconosciuto
e deliberato in sede collegiale come percorso formativo, supportato, qualora il Collegio lo
ritenga opportuno, da figure di riconosciuta competenza, delle quali avvalersi in esperienze di
ricerca-azione contestualizzate, nella co-costruzione di curricoli ad alta densità pedagogicodidattica. In questa prospettiva, può essere un riferimento e una risorsa l’associazionismo
professionale, per i caratteri di pluralismo culturale, di autonomia di pensiero e capacità di
iniziativa che da sempre lo connotano.
Un anno difficile, certamente, questo che sta iniziando, nella crucialità del momento politico
che sta sotto i nostri occhi, ma anche un’opportunità di rilancio della scuola e dei suoi soggetti
(educatori, insegnanti, dirigenti, operatori, alunn* e studenti certo non per ultimi…). Per
affrontare la situazione nella sua complessità, la scuola ha bisogno di alleanze da individuare
nel mondo della società civile, della ricerca, della cultura non meno che della politica: tutto ciò
con deciso protagonismo culturale, rivendicando la piena attuazione dell’articolo 3 comma 2 in
quell’intreccio tra educazione formale, non formale e informale che può essere davvero
generativo. Perché, se è vero che secondo il proverbio africano citato da papa Francesco “per
educare un bambino serve un intero villaggio”, potremmo dire parafrasando che “per istruire
educando ci vuole una scuola”